Point of View

La nuova Versione dei PIR

23/12/2021

Michele Menditto

TEAM MANAGER
LIFE BANKER BNL - BNP PARIBAS | AVERSA

I Piani Individuali di Risparmio, meglio noti come PIR, nascono nel 2017 e si caratterizzano per le loro molteplici funzioni: educare il cittadino italiano a una nuova forma di risparmio; avvicinare il risparmiatore italiano a forme di investimento con volatilità maggiore ma con ritorni interessanti; aumentare gli investimenti nelle aziende made in Italy mediante allocazione del risparmio delle persone fisiche italiane.

Sono molteplici i contenitori, o meglio, le veste giuridiche pensate dal legislatore:

– Depositi Amministrati;

– Gestioni individuali di portafogli di investimento;

– Polizze assicurative a contenuto finanziario;

– OICR;

Per il Risparmiatore i vantaggi sono significativi: esenzione dalle imposte su capital gain e dall’imposta di successione, il tutto sottostando a determinati vincoli, detenzione per 5 anni, raccolta annua non superiore a 30mila euro per un complessivo su singola persona fisica non superiore a 150mila euro.

Gli strumenti sono stati concepiti stabilendo una condizione di efficienza nella costruzione dell’impianto, la quota qualificata prevede che almeno il 70% del Piano sia investito in strumenti finanziari emessi da società italiane o estere UE con stabile organizzazione in Italia, ed almeno il 30% sia investito in società non quotate sul FTSE Mib o indici equivalenti.

Dopo un anno dall’istituzione del neonato strumento finanziario, con non poco stupore, e nonostante un anno avverso per i mercati azionari globali, gli Asset Under Management (AUM) totali raggiunsero quota 18 miliardi. Il PIR è entrato di fatto nel cuore del nostro Paese. Ma nel 2019, con il nuovo Governo, arrivò anche la nuova Legge di Bilancio. Quest’ultima ha portato con sé importanti novità che prevedono introduzioni di importanti vincoli d’investimento aggiuntivi. Così come descritto all’interno del decreto datato 30 aprile e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 7 maggio del 2019, la raccolta dei nuovi PIR deve essere dedicata almeno per il 3,5% a PMI quotate su AIM e per almeno il 3,5% nel venture capital, di cui:

– Fatturato delle PMI che non vada oltre ai 50 milioni di euro;

– Dipendenti non superiori a 250;

– Non siano attive sul mercato da oltre sette anni;

– Non siano quotate su mercati regolamentati;

– Non abbiano attinto, da soggetti terzi, risorse finanziare superiori ai 15 milioni di euro;

I nuovi parametri sono stati interpretati dai money manager nazionali e internazionali come troppo stringenti. Le condizioni illiquide nei fatti rendevano lo strumento poco efficiente, tanto che la raccolta del 2019 si chiuse in negativo e con deflussi superiori al miliardo.

Nacquero così i PIR alternativi, accelerati anche a causa del COVID-19. Il decreto Rilancio 2020 post COVID prevede – articolo 136 della legge di conversione del DL – che gli investitori possano costituire un secondo PIR, con vincoli di investimento più specifici, “strizzando l’occhio” alle società non quotate esposte alla crisi dovuta al Coronavirus. In base al decreto Rilancio, mantenendo i requisiti previsti nella prima versione ufficiale, ossia che ciascuna persona fisica fosse titolare di un solo Piano di risparmio a lungo termine e che ogni PIR potesse avere un solo titolare all’interno di un portafoglio singolo, i contribuenti potranno sottoscrivere due Piani di risparmio, uno ordinario e uno alternativo.

La funzione primaria dei PIR Alternativi non cambia: convogliare gli investitori verso l’economia reale. L’impianto finanziario, mitosi di quello precedente, non ha tasse su capital gain per chi lo detiene oltre i cinque anni. Visibile la particolare attenzione verso le piccole e medie aziende non quotate per dei diversi vincoli di concentrazione del portafoglio e per le soglie d’investimento. I PIR alternativi allocano il 70% del proprio patrimonio in strumenti di imprese diverse da quella quotate sul FTSE Mib e sul FTSE Mid Cap o su indici equivalenti, ovvero aziende piccole e non quotate. Concentrano inoltre gli investimenti per strumenti emessi dalla stessa impresa o dallo stesso gruppo fino al 20%, facendo salire il rischio.

Le soglie d’investimento premiate dalla defiscalizzazione passano dai 30mila euro l’anno (totale di 150mila euro in cinque anni dei PIR tradizionali) ai 150mila euro in un anno e fino a 1,5 milioni di euro in totale per gli alternativi. Viene introdotto un credito di imposta fino al 20% (legge di bilancio 2020) del valore investito nel 2021 in caso di perdite, disponibile in 10 tranche annuali di pari importo nelle dichiarazioni dei redditi a partire da quella relativa al periodo d’imposta purché venga detenuto per 5 anni. Insomma, i PIR alternativi, come evidente, sono del tutto diversi. Se lo strumento nella prima versione lanciata nel 2017 aveva lo scopo primario di avvicinare il risparmiatore a strumenti finanziari evoluti, la nuova versione alza ora l’asticella del rischio e si posiziona in portafogli avanzati.

Il governo Draghi nella manovra di Bilancio vuole rivitalizzare entrambi gli strumenti potenziandoli. Insomma, anche nel bel Paese, l’offerta a risparmio defiscalizzato vuole totalizzare la raccolta assorbendo sia da risparmiatori di “primo livello” e sia da un pubblico più esperto.
Obiettivo è creare un terzo mercato che permetta alle aziende di avere più fonti di provvista creando maggior concorrenza nel settore e accelerando lo sviluppo di esse.

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