Point of View

Obbligazioni e inflazione.

02/05/2022

Emanuele Vannozzi

DISTRICT MANAGER
LIFE BANKER BNL - BNP PARIBAS

Le obbligazioni hanno sempre rappresentato un porto sicuro nell’immaginario dei risparmiatori italiani.

Quali sono invece le incognite insite in questo tipo di investimento? Essenzialmente occorre considerare due rischi fondamentali:

– Rischio tasso di interesse

Il rischio di variazioni del prezzo di un’obbligazione a causa delle variazioni dei tassi di interesse di mercato. Le variazioni dei tassi di interesse a breve termine rispetto a quelli a lungo termine possono influenzare le obbligazioni in diversi modi.

– Rischio credito

Il rischio che l’emittente di un’obbligazione non effettui i pagamenti promessi di interessi o capitale. La probabilità futura di un evento creditizio negativo o di un default (fallimento dell’emittente) incide sul prezzo di un’obbligazione: maggiore è il rischio che si verifichi un evento creditizio negativo, maggiore sarà il tasso di interesse che gli investitori richiederanno in cambio dell’assunzione di tale rischio.

Se diamo per buono il rischio Emittente o rischio Credito, soffermiamoci sul rischio Tasso di interesse, che è il motivo principale della discesa dei corsi obbligazionari di questo periodo.

C’è un concetto alla base del rischio/rendimento delle obbligazioni che tutti dovremmo conoscere. Esiste cioè una correlazione inversa tra l’andamento dei tassi di interesse e i prezzi dei titoli obbligazionari.

Se i tassi di interesse di mercato salgono, scendono i prezzi dei titoli e viceversa.

Perché?

Perché la maggior parte delle obbligazioni viene emessa a tassi fissi e cedole fisse. Pertanto, quando sul mercato i tassi salgono, le vecchie obbligazioni a tassi ormai più bassi perdono valore, perché si trovano in collocamento titoli con cedole fisse più alte.

Se un risparmiatore detiene un’obbligazione con una cedola al 2% e vuole venderla/liquidarla mentre sul mercato si trovano obbligazioni con cedola del 3%, dovrà accettare uno “sconto” sul prezzo di vendita.

Chiaramente succede esattamente l’opposto quando i tassi di mercato scendono. Chi si trova in mano vecchie obbligazioni a tassi più alti di quelli di mercato attuali e vuole venderle, le potrà collocare a un prezzo più alto di quello iniziale, generando un guadagno in conto capitale.

È la legge delle domanda e dell’offerta: quando qualcosa diventa più appetibile, a parità di altre condizioni, diventa più costoso, e viceversa.

Ma qual è l’altra variabile attuale che in questa fase storica sta destando grande preoccupazione e che va a inserirsi come un grimaldello sui rendimenti delle obbligazioni?

L’inflazione.

L’inflazione è il peggior nemico di un’obbligazione. L’inflazione erode il potere d’acquisto dei flussi finanziari futuri di un’obbligazione. In parole povere, maggiore è il tasso di inflazione attuale e maggiori saranno i tassi di inflazione futuri (previsti), maggiori saranno i rendimenti che aumenteranno lungo la curva dei rendimenti, poiché gli investitori richiederanno un rendimento più elevato per compensare il rischio di inflazione.

Se è chiaro questo concetto, nei periodi di forte inflazione come quello attuale, i rendimenti (i tassi) delle obbligazioni tendono a salire per compensare la perdita del potere di acquisto dei flussi cedolari, e quindi (correlazione inversa), i prezzi dei titoli tendono a scendere.

Quindi i titolari delle obbligazioni a tassi ormai più bassi, sono esposti alla perdita di valore nel tempo dei loro titoli.

Se il risparmiatore porta a scadenza i titoli senza venderli prima (e se abbiamo ipotizzato stabile il rischio credito dell’emittente), allora non perderà valore in conto capitale, ma avrà solo un costo opportunità di dover prendere cedole troppo basse, quando sul mercato potrebbe prenderle più alte.

Ma veniamo a un altro punto: i fondi obbligazionari sono diversi dalle obbligazioni?

Innanzitutto i fondi obbligazionari non hanno un “prezzo” ma piuttosto un valore patrimoniale netto (NAV) che proviene dalla media dei prezzi delle partecipazioni sottostanti; dunque funzionano in modo diverso dalle obbligazioni perché sono costituiti da decine o centinaia di partecipazioni e non da un solo titolo, e i gestori comprano e vendono spesso i titoli sottostanti. Essi infatti devono anche soddisfare le richieste di rimborso che provengono dagli investitori che ritirano denaro dal fondo quando ne hanno bisogno. Questo significa che i gestori sono costretti a vendere e comprare titoli prima della scadenza e dunque possono incorrere in una perdita o in un guadagno in conto capitale.

E in un periodo come l’attuale, dove i tassi sono in crescita e i prezzi delle obbligazioni in portafoglio scendono, va da sé che i fondi obbligazionari generano una perdita per i risparmiatori.

Attenzione però: la perdita è reale solo quando le quote del fondo vengono effettivamente liquidate dal risparmiatore.

Pertanto quali sono i consigli per chi detiene fondi obbligazionari in perdita?

– Non vendere ora, ma aspettare periodi di mercato migliori, allungando però inevitabilmente l’orizzonte temporale dell’investimento. Da considerare tuttavia, che i gestori obbligazionari attivi si adopereranno per generare rendimenti superiori all’inflazione durante le fasi inflazionistiche spostandosi su settori di mercato o regioni che risentono meno dell’aumento dei prezzi in una determinata economia.

– Rivedere e modificare l’allocazione del portafoglio, qualora non si sia disposti ad aspettare la nuova fase di mercato.

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